IL MIO PALUDARIO

Versione integrale dell'articolo pubblicato su "Il mio acquario" n° 35 Agosto 2001 ed. Sprea - Milano

DA IL MIO ACQUARIO… IL MIO PALUDARIO! 

Gli acquari si stanno diffondendo sempre più nel nostro Paese; qualcuno “osa” anche allestire un laghetto in giardino, ma quanti sono quelli che arditamente posseggono un paludario in casa? Pochi. Pochi malati di acquariofilia allo stato acuto, malattia dalla quale si può difficilmente regredire, ma più facilmente peggiorare, cercando di interessarsi sempre a nuovi stimoli, nuove idee, nuovi pesci, nuove riproduzioni… Insomma non si finisce mai! E questo è il bello del nostro hobby! In queste pagine voglio mostrarvi come ho allestito il mio paludario in modo semplice ed economico. Innanzitto però, cos’è un paludario? Sostanzialmente trattasi di un acquario aperto con una grande parte sovrastante dedicata alle piante epifite, piante terricole in vaso e palustri in coltura idroponica, quindi un sistema alquanto complesso e variegato che nel suo insieme mostra tutta la spettacolarità della natura in un solo insieme. Io ho voluto realizzare un paludario geografico dedicato a piante e pesci dell’Africa, ecco come ho proceduto.

La vasca è autocostruita e misura 100x40x60, mentre la parte superiore, arriva ad un altezza di 2,4 m. Essa è costituita da una lastra di critallo da 6 mm, incollata, con biadesivo e silicone, a due montanti in alluminio a loro volta fissati alla parete con degli stop. Partendo dalla parete di fondo dell’acquario verso l’alto ho fissato delle lastre di sughero e dell’ardesia con del silicone, puntellando il tutto e lasciando asciugare per almeno 24 ore come si vede nella foto. Per l’illuminazione ho previsto due lampade HQL da 125 W, una dedicata all’acquario e la seconda per la parte emersa. Per il filtraggio ho scelto un filtro esterno da 400 lt/h e ho inserito un cavetto riscaldante da 100 W per il fondo, dato che il paludario è posto all’interno del mio negozio, un ambiente climatizzato e con tassi di umidità minimi del 60%. Il filtro sembrerebbe sottodimensionato, ma se si pensa all’enorme quantità di batteri utili che si creano nel fondo riscaldandolo, ci si affida verosimilmente a ciò che accade in natura, ed anche nei laghetti ornamentali dove la gran parte della flora batterica si insedia nel fondo, decomponendo le sostanze organiche di rifiuto prodotte da pesci e piante in decomposizione.

Sul cavetto è stata posta della torba e una miscela di sabbia silicea, humus e laterite in polvere, il tutto e poi stato ricoperto con sabbia ceramizzata color mattone ed è stato infine realizzato un terrazzamento in vetroresina.

           

Collegato l’impianto di filtraggio, sono state messe a dimora le piante nella parte dell’acquario, usando il metodo “umido”, vale a dire inserendo solo l’acqua necessaria a coprire lo strato di fondo, e posizionando le piante osservando uno schema che preventivamente si è preparato. Questo è il metodo che preferisco, ma per usarlo occorre  avere una certa conoscenza delle piante che si desidera mettere a dimora; senza immergere l’intero braccio in acqua si possono comodamente piazzare le piante osservandole dall’alto, come seguendo una mappa e valutando in modo migliore la zona occupata da una pianta o dall’altra. Solo in un secondo momento, si finisce di riempire definitivamente l’acquario; il paesaggio che abbiamo creato prenderà forma e potremmo ancora dare qualche ritocco all’arredamento e un aggiustatina alle piante. A proposito di piante: nella parte acquatica ho optato per una bella collezione del genere Anubias (nana, barteri, lanceolata, gracilis) e un bel ciuffo di Bolbitis heudelotii fissato alla parete di sughero; nella parte superiore ho sistemato, nelle cavità che si son venute a forma- re tra le lastre di sughero, diverse varietà di Tillandsia, la cosiddetta pianta dell’aria, una pianta epifita con delle infiorescenze a spiga di un rosa fucsia carico, due Phalaenopsis di diverso colore, Photos (Scindapsus aureus) con le radici immerse nell’acquario (coltura idroponica) e due mezzi gusci di noce di cocco che fanno da vaso a una pianta di Croton (Codiadeum variegatum pictum) e a una Maranta. Ho sistemato dei vasi anche appesi al bordo dell’acquario e qui in un primo momento avevo sistemato del Capelvenere (Adiantum capillus veneris) e per spiegarvi quanto possa essere affascinante un paludario voglio raccontarvi un aneddoto: per il rientro in acquario ho usato un’anfora in terracotta e nelle sue vicinanze c’era, appunto, il Capelvenere che sistematicamente dimenticavo di annaffiare come avrei dovuto! La pianta deperì e decisi di toglierla, perché alla vista non era affatto gradevole, e fu sostituita con una Palmetta del Madagascar (Pachypodium) ben più robusta. Per l’ennesima volta mi dichiarai sconfitto da questa pianta che amavo tantissimo, ma che mai mi era riuscito di coltivare con successo.

                                             

Potete immaginare, quale sia stata la mia sorpresa quando notai che la mia “amata” stava crescendo sulla superficie umida di terracotta dell’anfora! Evidentemente la pianta aveva lasciato cadere delle spore che successivamente si sono sviluppate, ma ora, finalmente passiamo ai pesci.

                                           

Partendo dalla superficie ho pensato a 2 Panthodon buchholzi che, a dispetto di quanto di solito viene riportato sui testi, non hanno mai dato segno di voler saltare; lo strato mediano dell’acqua viene occupato da un branco di 20 Phenacogrammus interruptus, che regalano meravigliose iridescenze se l’acquaè leggermente ambrata e la luce soffusa; sul fondo troviamo una coppia di Pelvicachromis pulcher che si è riprodotta più volte offrendo lo spettacolo delle cure parentali che questo Ciclide pratica intensamente, il maschio soprattutto era impegnato a difendere il territorio continuamente invaso da due Synodontys nigriventris, altri inquilini del mio paludario.

                                                       

Per quanto riguarda la cura dell’intero ecosistema somministro mangimi di diversa origine e composizione due volte al giorno, vaporizzo le piante epifite cinque volte al giorno utilizzando una miscela di acqua d’acquario al 30% con acqua osmotica, effettuo un cambio quindicinale di 50 litri, pari al 25% e nell’occasione fertilizzo con ferro chelato. L’impianto di filtraggio viene pulito solo quando noto che la portata si riduce notevolmente e il fondo non viene mai sifonato avendo usato sabbia di granulometria fine che, quindi, non permette allo sporco di insinuarsi in essa; questa operazione, inoltre, se compiuta danneggerebbe il cuore dell’intero sistema che è la microflora batterica insediatasi sul fondo. In conclusione consiglio a tutti quelli che come me, amano anche il giardinaggio, le piante grasse e quant’altro possa mettere alla prova il nostro pollice verde, di cimentarsi in un’impresa ardua, ma non impossibile: diffondere la cultura del paludario in Italia, finora patrimonio esclusivo prevalentemente di Svizzera e Germania.

 

Bibliografia:

“Il Grande Libro Illustrato dei Fiori e delle Piante” Armando Curcio Editore

Wilhelm Grunder: “Paludario oggi” (1995) Ed. Aquadocumenta Verlag GmbH

Riehl – Baensch: “Atlante di Aquarium” (1997) Ed. Primaris, Milano

 

 


      Sito realizzato da

Torna alla Home